WRESTLING IN ITALY


Conferenza stampa Bret Hart 10/03/06 Milano

In occasione dell’uscita italiana del DVD su supporto UMD per PSP (la playstation portatile in parole povere) che anticipa di un mese l’arrivo del triplo DVD con la storia di Bret Hart e i 16 migliori match disputati dal wrestler, scelti da lui personalmente, la Halifax e la WWE organizzano una conferenza stampa che ha come ospite proprio il penta-campione mondiale della WWE, ritiratosi dal mondo del wrestling alla fine del 1999 a causa di un grave infortunio rimediato durante un match contro Goldberg nella WCW.

Luogo dell’evento è la Fnac di Milano, dove arrivo alle 10 in compagnia di Francesco guida Supereva a cui devo la mia partecipazione alla conferenza. All’ingresso della sala c’è un buon capannello di gente anche se la maggior parte non è lì per la conferenza stampa, ma in quanto vincitori di un concorso che permetteva di incontrare il wrestler per foto e autografi.

L’ingresso dei giornalisti è previsto per le 10.30 e con la precisione di un orologio svizzero a quell’ora entriamo nella sala conferenza dove ci viene offerto un piccolo brunch in attesa dell’arrivo di Bret. Il wrestler arriva alle 11 ed il dibattito può così iniziare.

Luca Franchini introduce la conferenza con una breve biografia raccontando come Bret provenga da una famiglia che viveva per il wrestling e che era proprietaria della Wrestling Stampede, dove Bret esordisce prima come arbitro per poi diventare uno dei wrestler più famosi al mondo, tanto che a Wrestlemania 22 sarà introdotto nella Hall of Fame della WWE.

Viene poi chiesto a Bret di presentarsi e salutare i presenti, il wrestler appare piuttosto imbarazzato e timido, si limita ad un saluto e dice di essere pronto a rispondere a qualsiasi domanda. La platea è formata da una ventina di persone divise tra siti di wrestling e riviste di videogiochi, alla fine il numero di domande fatte non è molto perchè Bret ha quasi sempre risposto con lunghi discorsi, ma per fortuna anche io sono riuscito a chiedere qualcosa e non sarà difficile capire qual è stata la mia domanda. Premetto che a fare domande c’era anche gente che probabilmente di wrestling sapeva ben poco, ecco perché alcune di esse possono sembrare piuttosto banali, se non addirittura erronee.

Cosa ami di questo sport e cosa ti ha spinto a diventare wrestler?

Amo la sua unicità perchè è l’unico sport che unisce aspetti teatrali ed aspetti di grande atleticità
Ho sempre pensato che ci voglia molta immaginazione e talento per fare il wrestler anche se a volte i media non si rendono conto delle doti necessarie per fare questo lavoro ad alto livello.

Puoi raccontare qualche aneddoto e qualche retroscena che ti è capitato durante la tua carriera e che può aiutare a capire meglio la magia che si nasconde dietro questo sport?

Ho sempre cercato di mettermi nella posizione dei fans, non ho mai pensato di essere il wrestler migliore, però sapevo che i fans avevano questa visione di me per questo motivo quando salivo sul ring davo tutto me stesso. Ho sempre pensato che fosse questo il segreto che sta alla base del mio lavoro.

Sei l’inventore della mossa Sharpshooter che tutt’ora viene usata dai tuoi colleghi, come è nata l’idea di usarla? Cosa hai aggiunto di tuo se, invece, la mossa esisteva già?

Non so se sono stato io ad inventare la Sharpshooter, sicuramente i giapponesi già applicavano questo tipo di tecnica, solo che la eseguivano al contrario, mentre secondo alcuni sono io ad eseguirla al contrario. Ad esempio Sting e mio fratello Owen la facevano da dietro in modo diverso, non a caso la loro mossa viene chiamata Scorpion Death Lock.

Quest’anno anche Eddie Guerrero sarà introdotto nella Hall of Fame, puoi dirci due parole su di lui, se hai avuto modo di conoscerlo?

Innanzitutto bisogna dire che nel wrestling c’è un ambiente molto cameratistico, come quando si fa il militare nell’esercito. C’è molta solidarietà perchè noi wrestlers passiamo tantissimo tempo insieme e quindi si finisce per creare dei legami molto profondi come quelli che io avevo con Jim Neidhart, Mr.Perfect e ovviamente mio fratello Owen, quando mi trovavo a lottare con uno di questi atleti c’era sempre il desiderio di proteggerli e io mi fidavo di loro. Se il wrestling fosse paragonato ad un esercito, Eddie Guerrero sarebbe stato uno dei soldati che sta al tuo fianco in trincea, uno di cui ti puoi fidare e che è sempre pronto a dare la vita per te, una sorte di fratello in armi. Eddie era una persona splendida che era bellissimo avere attorno, tutti apprezzavano la sua compagnia, lui aveva dei principi seri e dava grande valore alla famiglia. Purtroppo molti hanno dovuto aspettare la sua morte per rendersi conto di che tipo di persona fosse e ora tutti lo rimpiangiamo.

Eddie Guerrero è morto da poco e sarà giustamente introdotto nella Hall of Fame, ma non pensi che, in sette anni, la WWE avrebbe dovuto già riservare lo stesso trattamento a tuo fratello Owen che, oltretutto è morto in circostanze ancora più tragiche durante uno show?

Questa non è una cosa che riguarda me direttamente, compete più alla vedova di Owen e so che lei negli ultimi tempi si sente molto amareggiata nei confronti del wrestling e della WWE ed ha chiuso i contatti con il mondo del wrestling, ci sono ancora punti in sospeso su cui far chiarezza riguardo alla morte di Owen e a lei interessa più sapere la verità piuttosto che avere una cerimonia di celebrazione. Originariamente Owen doveva entrare nella Hall of Fame insieme a me e a mio padre Stu, è stata proprio questa idea che mi ha fatto riallacciare i rapporti con la WWE, però poi Vince ha preferito che io venissi onorato per quello che ho fatto nella mia carriera di wrestler separatamente dalle figure di Owen e di mio padre. Sono comunque convinto che sia solo una questione di tempo e presto sia Owen che mio padre Stu avranno riconosciuti gli onori che li spettano.

Ad inizio carriera hai combattuto in Giappone e ci sei tornato anche dopo esserti affermato in America affrontando gente come Misawa all’epoca di Tiger Mask II. Cosa ricordi maggiormente di queste esperienze giapponesi? Esiste davvero una grossa differenza tra lo stile di lotta americano e quello del Sol Levante?

Ricordo molto bene e con piacere le mie avventure in Giappone. Il wrestling giapponese è propbabilmente quello più difficile, combattere lì è come partecipare alle olimpiadi del pro wrestling. Ricordo in particolare quando mi è capitato di combattere con Tiger Mask, un wrestler che si può brevemente descrivere come una versione più grande e più potente di Rey Misterio, un wrestler unico ed inimitabile, anche se ci sono state altre versioni, Sayama rimane senza dubbio il migliore interprete di quella gimmick. I match contro di lui sono stati tutti molto belli, anche se, non per trovare delle scuse, credo che avrei potuto fare di meglio perché io fisicamente sono un po’ troppo grosso rispetto allo standard giapponese e soprattutto di Tiger Mask. Era quindi difficile adattarsi al suo stile, io pesavo già più di 100 chili anche quando ero giovane, mentre Sayama era sotto i cento, in America io ero abituato ad affrontare quasi sempre avversari più grossi di me.
Quando ho esordito in Giappone ero ancora un Junior Heavyweight, poi nel corso della carriera ho cercato di crescere fisicamente perché pensavo di avere maggiori possibilità di successo in America con un fisico più prestante, mentre per combattere in Giappone avrei dovuto perdere peso, cosa che non era nei miei piani in quel periodo. Per questo motivo era difficile adattarsi allo stile di lotta giapponese. Mi sarebbe piaciuto fare match ancora più belli con Tiger Mask anche se ricordo con molto affetto tutti quelli che ho disputato e ripeto che fare wrestling in Giappone è molto difficile.

Nel corso della tua esaltante carriera ti è mai capitato di finire un match dicendo: “Questo è stato perfetto, meglio di così non potevo fare”?

(Sorridendo) Sì! Ogni sera! Io ho sempre dato il massimo in tutti i match che ho dovuto affrontare e quando scendevo dal ring ero sempre soddisfatto di me stesso. Ho sempre cercato di migliorarmi ed i miei avversari ammiravano il mio stile e la mia professionalità. Ci sono stati rarissimi casi in cui non sono rimasto soddisfatto delle mie prestazioni sul ring. Ricordo alcuni episodi quando alcuni miei colleghi si lamentavano di combattere davanti ad un pubblico poco coinvolto e freddo, mentre io non ho mai avuto questo problema, sono sempre riuscito a coinvolgere la gente e nessuno mi ha mai urlato “Boring”, cosa che tutti i wrestlers americani temono sempre. Sono riuscito ad impressionare il pubblico anche quando facevo l’heel grazie alla mia aggressività.

Nel tuo DVD hai scelto 16 match, ma se dovessi restringere la scelta a tre, quali diresti? Io sceglierei quello di Summerslam 1992 contro British Bulldog, contro Steve Austin a Wrestlemania 13 e contro Owen a Wrestlemania 10.

Sì è una buona scelta, specialmente il match a Wembley contro British Bulldog e quello contro Austin sono due dei miei preferiti. Un altro match che ho apprezzato molto è stato quello contro Chris Benoit a Kansas City, magari meno spettacolare rispetto a quello di Wembley, ma con un grandissimo significato alle spalle. Non si può poi dimenticare l’Iron Man di Wrestlemania 12 contro Shawn Michaels che non ho messo nel DVD soprattutto per una questione di tempo e perché ho voluto privilegiare match più rari che non tutti hanno avuto la possibilità di vedere, mentre l’Iron Man era già disponibile nel DVD di Michaels e di Wrestlemania. Ci sono anche altri match che non ho potuto inserire, ad esempio quello contro Rowdy Roddy Piper, per questo penso di fare una seconda parte del mio DVD per aggiungere i match che sono rimasti esclusi in questa prima tornata.

Quanto ti allenavi e qual era l’aspetto tecnico su cui pensavi di doverti migliorare maggiormente?

Inizialmente il mio principale problema era quello di parlare di fronte alla telecamera, pensavo di non avere sufficiente abilità con il microfono (mic skill) e di essere troppo timido. Ci ho messo un po’ di tempo per superare questo problema, anche dopo essere diventato campione avevo difficoltà a rilasciare interviste e parlare davanti alle telecamere. Bisogna anche tener conto del fatto che all’epoca nessuno ci diceva quello che dovevamo dire e dovevamo improvvisare, mentre adesso i wrestlers hanno già dei copioni scritti dai bookers. Pian piano, però, ho acquisito sicurezza e penso di essere diventato un buon parlatore a livello degli altri. Quando, invece, ero sul ring, non avevo problemi con le telecamere, combattere era una cosa che mi veniva naturale e non pensavo a chi mi riprendeva.
Per quanto riguarda l’allenamento, di solito mi allenavo sei giorni alla settimana, ma a volte era necessario farlo sette su sette. La maggior parte dell’allenamento era dedicata al sollevamento pesi e al controllo dell’attività cardiaca, però per fare davvero pratica bisogna combattere ogni giorno. Penso di essermi sempre allenato facendo le cose giuste, avere una famiglia abituata a fare wrestling mi ha aiutato e sapevo che l’infortunio poteva essere sempre dietro l’angolo, così le prime cose che ho imparato sono state le cadute, come non farsi male, come colpire l’avversario senza infortunarlo. Il fatto che io mi sia sempre definito “il migliore” deriva dal fatto di aver sempre fatto grandi match e di non aver mai infortunato nessuno. Quando un wrestler vedeva il suo nome di fianco al mio durante gli house show era sempre tranquillo e contento di affrontarmi, mentre chi ad esempio doveva vedersela con uno come Vader era piuttosto preoccupato. Chi mi affrontava sapeva che si sarebbero divertito e che avrebbe potuto disputare uno dei migliori match della sua carriera. Questo fatto mi ha sempre reso molto orgoglioso.

Si conclude così una conferenza stampa durata circa 45 minuti nella quale Bret a parte la timidezza iniziale si è sempre dimostrato disponibile e affabile, forse a volte a esagerato nell’auto elogiarsi, ma non si può fargliene una colpa. L’unica pecca della conferenza sono state alcune domande poco interessanti fatte da chi non mastica wrestling abitualmente e che hanno tolto spazio a curiosità riguardanti direttamente Bret Hart.

Nel complesso, però, è stato un evento più che positivo, come se non bastasse, a fine intervista, la Halifax dona ai giornalisti presenti l’umd di Bret Hart appena uscito, 2 ore di documentario dove viene raccontata la vita del wrestler. Ovviamente non ci penso due volte a farmi autografare la copertina da Bret in persona. A quel punto l’unica cosa che mi manca è una foto insieme a lui, cosa che faccio mettendo da parte la figura del giornalista e, tornando ad essere un fan, sfrutto i vincitori del concorso e mi accodo per ottenere quest’ultimo cimelio.

Concludo ringraziando in modo particolare Francesco “Lost Highway” di Supereva per l’invito e Anna Pina di Halifax per la gentilezza, la perfetta organizzazione dell’evento e l’inaspettato omaggio.

Ivan Filannino

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