
DOCUMENTARIO WRESTLING FEMMINILE
Apriamo la rubrica "Storie di wrestling Dossier" con un capitolo che riguarda il wrestling giapponese al femminile. Se ricordate (o andate a rivedere) nel primo numero della rubrica "La Posta dei Lettori", troverete le domande che ci aveva rivolto Roberto da Cagliari, il quale ad inizio mail ci raccontava di un documentario visto qualche anno fa, del quale gli abbiamo chiesto notizie e lui molto gentilmente ci ha inviato un breve resoconto che troviamo qui di seguito e successivamente andremo a commentare.
Purtroppo non ho registrato il documentario,se non ricordo male contemporaneamente stavo registrando "All the Marbles"(il film sul wrestling femminile con Peter Falk su TNT),comunque posso descriverlo. E' stato trasmesso nell'agosto del '96 (mi pare) per la TV italo-svizzera e parlava delle condizioni difficili in cui si trovavano le lottatrici in Giappone.Le protagoniste del documentario erano Bull Nakano ,Aja Kong, Toyota ,Debbie Malenko e una lottatrice di stile olimpico(di cui non ce frega niente).All'inizio si mostrava la durezza e lo spirito di sacrificio delle aspiranti lottatrici che desideravano eguagliare le loro eroine ,ma aimeh neppure per queste ultime la vita era facile, anzi! ("E' un mondo difficile").Le giovani atlete oltre ai duri esercizi ginnici, dovevano preparare da mangiare ,fare le pulizie ,allestire le arene ,ecc..(vedi Karate Kid 1). Poi il documentario parlava di Bull Nakano e della sua vita impegnata fra incontri e viaggi per la provincia del Giappone(dove appunto si muoveva la loro federazione). L'ho vista giocare col pachinko (il flipper verticale) per sconfiggere la paura dell'avversaria e lanciarsi in un legdrop dalla cima della gabbia per risolvere il feud (cosi' ha detto),inoltre hanno affermato che lei era la più' pagata (era la beniamina del pubblico)con l'equivalente di 800.000 lire ad incontro ,ma arrotondava con la firma d'autografi e la vendita di gadget. Aja Kong invece era segnata da un passato difficile (!),cosi' era stata mandata in una scuola di puroresu. Debbie Malenko leniva le sofferenze della vita "on the road" col pensare al suo ragazzo(rimasto oltre oceano).Da notare che ho visto l'atleta americana piangere, perché aveva perso un incontro(se si perde l'incontro non si viene pagati)e (da notare) che alle lottatrici giapponesi non è permesso avere legami sentimentali. .Toyota conviveva col rammarico del padre, che non accettava una figlia lottatrice. Il presidente della federazione ha affermato ,che quando le lottatrici si azzuffavano nel ring prima del gong ,era un'esibizione per gasare il pubblico ,poi era tutto "shoot"(diremmo noi).Il documentario era ben realizzato e non privo di qualche azione sul ring ,con quel continuo ritornello(nel racconto delle protagoniste) sul sacrificio degno del cartone che ci narrava la durezza di Tana delle Tigri.
Roberto
COMMENTO DI PAOLO & ANDREA LANATI
Ringraziamo Roberto da Cagliari per averci reso partecipe della sua esperienza, ed anticipiamo che quanto scriveremo in seguito non sará una critica rivolta a lui, ma un semplice confronto tra il documentario e la nostra visione del mondo del wrestling femminile. Iniziamo col dire che quello trasmesso da WWF, WCW ed ECW non è wrestling bensì catfighting, cioè niente di più di quello che fa qualche ragazza in qualche bar sexy americano, cioè lotta nel fango, nell'acqua, con tirate di capelli e qualche suplex, forse solo Madusa Miceli (che guarda caso, proprio in Giappone si è guadagnata a pieno titolo lo status di wrestler) è una combattente valida, ma le varie Francine, Jacqueline, Terri, Chyna, Tori, Ivory, ecc. più che far vedere le loro bellezze non fanno (il che non dispiace comunque.). A questo elenco non si associano le lottatrici giapponesi, le quali risulta anche a noi che si sottopongano ad un allenamento tipo 'tana delle tigri', giusto per usare un paragone che tutti possono comprendere, sia in allenamento che durante i match subiscono dei 'bumps' da fare invidia al miglior Cactus Jack, tra l'altro bisogna comparare i fisici, un conto è subire una powerbomb ed essere Cactus Jack (110-120 Kg. di peso), un altro conto è essere Manami Toyota (stella del wrestling femminile giapponese pesante solo una settantina di chili), capirete che c'è una certa differenza di tipo logistico, è ben più difficile che Cactus Jack si faccia male, avendo una massa muscolare più possente. Lasciamo da parte questo segreto di Pulcinella e facciamo un ipotetico applauso alle ragazze del Puroresu le quali sono a detta degli esperti (anche noi la pensiamo così) anni luce davanti ai colleghi maschi, pur non ricevendo l'adeguata considerazione, sono più tecniche, più veloci, più aggressive e spontanee.
Sicuramente sono messe in delle situazioni disagiate, ma questo in Giappone succede genericamente quando si fa parte di federazioni che non sono di primo piano, ad esempio ricordiamo quando Cactus Jack era nella IWA e per arrotondare vendeva anche lui fuori dallo stadio le sue magliette autografate, pur non sapendolo per certo siamo convinti che questo accada frequentemente anche in tutte le 'indy' maschili, quindi questi eventi sarebbero solo da ricondurre alla scarsa esposizione che hanno determinate federazioni.
C'è anche da dire che non esiste una federazione femminile di primo piano, dato che l'AJW, la JWA, l'Arsion e la LLPW pur essendo discrete federazioni non potranno mai essere messe al livello della AJPW o NJPW maschili, ma questo probabilmente risiede nella scarsa considerazione che ha il popolo giapponese nei confronti della figura femminile. Siamo pienamente d'accordo sulla veridicità dell'intero documentario, l'unico grosso dubbio che ci resta è il fatto che gli incontri siano in parte shoot e che venga pagato solo il vincitore (siamo consci invece dei guadagni, che purtroppo per queste ragazze sono reali), infatti restiamo dell'idea che nel wrestling di shoot non c'è nulla al di là di sporadici casi nei quali ad uno dei due contendenti girano le scatole e si comincia a violare il copione del match (badate bene che i tentativi di shoot sono questi, non esiste che uno dei due wrestlers si metta a combattere veramente).
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Nelle foto, da sinistra verso destra, Mimi Hagiwara, Manami Toyota e Devil MasamiRestano da sottolineare altri particolari molto importanti che dal documentario però non vengono fuori, il fatto che per tutelare le ragazze ci fosse una regola interna alle federazioni che permetteva loro di combattere sino a 25 anni, regola che, ora, in varie federazioni è stata abolita, infatti, la molto conosciuta anche in Italia, Tenjin "Devil" Masami combatte ancora a circa quarant'anni d'età. Adesso la moda di aggiungere una division al femminile all'interno di federazioni maschili si è espansa anche in Giappone nella FMW e nella Michinoku, in quest'ultima federazione ci fu un mixed tournament davvero interessante al quale parteciparono anche Tiger Mask IV in coppia con Tiger Dream (Candy Okutsu), rispetto agli States questa idea non ha snaturato il modo di combattere delle wrestlers giapponesi, a tal proposito possiamo anche ricordare lo splendido 'feud' tra Megumi Kudo e Combat Toyoda, nel primo "exploder barbed wire match" al femminile nel'evento della FMW Kawasaki Legends del 1996, che come spettacolarità ha dato del filo da torcere al main event di quella serata, cioè Masato Tanaka & Hayabusa vs Terry Funk & Mr. Pogo. Purtroppo solitamente si segue il prodotto che è più reclamizzato, ed è sotto gli occhi di tutti la questione che i media giapponesi diano molta più importanza al wrestling maschile, dato che i wrestlers sono molto spesso considerati alla stregua dei samurai (famoso il loro fighting-spirit), mentre effettivamente non c'è un'idea del tutto positiva delle lottatrici giapponesi, anche se il fatto che Toyota (forse Manami ?) fosse stata disonorata dal padre può essere a nostro avviso un fatto isolato. Da parte nostra possiamo solo invitarvi ad arricchire questo dossier e a seguire, per quanto vi fosse possibile, questa realtà per molti nuova, ma non più di tanto, dato che i nomi di Mimi Hagiwara, Jackie Sato (scomparsa da poco), Nancy Kumi, Jaguar Yokota, Devil Masami, Chigusa Nagayo e potremmo citarne almeno un'altra decina riecheggiano nelle vecchie telecronache di Tony Fusaro.
Paolo & Andrea Lanati
COMMENTO DI NOE' CHERUBIN
Certo che questo documentario da un'immagine veramente triste del wrestling femminile, ma credo che un qualcosa di simile esista anche in ambito maschile.
Verrebbe da chiedersi cosa spinge questi atleti a sopportare tale trattamento (passione, bisogno, fama o cosa altro ?) per esempio, lo stesso Matsunaga, ha dichiarato negli ultimi tempi che ciò che lo spinge a prendere tutti quei rischi nei suoi incontri, sono i soldi, difatti lui lavora (o forse lavorava) in un ristorante.
Anche Kaori Nakayama, in un intervista dichiarava che i suoi inizi sono stati molto duri, questo però succede in qualunque sport, per affermarsi bisogna sempre lottare. Noi siamo abituati a vedere sempre l'aspetto più bello del wrestling , i grandi incontri, il pubblico che incita i suoi beniamini, le entrate dei lottatori, e forse talvolta dimentichiamo il duro lavoro che hanno fatto per arrivare, quanti signor nessuno ci sono dietro ad un atleta che raggiunge alti livelli, quanti hanno visto i loro sogni infrangersi a causa di un infortunio. Ogni cosa ha il suo lato oscuro.
Un ultimo pensiero mi viene in mente, e cioè, perché è così difficile per una televisione trasmettere dei bei incontri di wrestling, mentre quando si tratta di far vedere i suoi lati negativi (vedi anche ciò che trasmise circa un anno fa Italia 1 sul hardcore wrestling) non hanno nessun problema ?Noè Cherubin
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